Le recensioni del cd
Albatros - Febbraio 2009

Linus – Aprile 2007
Têtes de Bois
Avanti pop
Il mondo del lavoro. Giovanna Marini, Sanremo, Gaber, Chico Buarque. e Marcel Duchamp.
Tutti caricati su un disco e un camioncino Fiat
Al principio di tutto c’è il mitico camioncino Fiat 615 NI del 1956. Bisognerebbe vederlo, sembra uscito da un film di Don Camillo o da un bianco e nero realsocialista di Jancsò; e non capisco perché i Têtes de Bois, innamorati proprietari fin dal primissimo giorno della loro avventura, non l’abbiano mai immortalato in copertina, non disegnato come in quest’ultima occasione ma fotografato proprio, e loro accanto, in piedi e accosciati come una squadra di calcio.
Il camioncino non serve tanto per gli spostamenti del gruppo ma come palco itinerante piuttosto, come al carnevale di Rio o a quello di New Orleans, o come facevano i Grateful Dead giovani per le strade di San francisco peace and love. Serve a fare musica dove i Têtes de Bois hanno deciso, quando (spesso) non è un teatro o un locale. Fu così la prima volta, 15 febbraio 1992, quando le Teste a sorpresa debuttarono in campo de’ Fiori, a Roma, sotto la statua di Giordano Bruno, mettendo in scena i loro desideri dell’epoca che erano Ferrè e Brassens in originale e traduzione, e le poesie musicali di Baudelaire. quella tanta Francia è rimasta nel loro cuore, andando a mescolarsi a tanto altro mentre il camioncino continuava a girare, "zattera di idee", dicono i Tetes de Bois, "area di scambio, emozione ambulante".
Di questi tempi riposa poco in garage, perché dalla fervida mente di Andrea Satta, il leader, e dei suoi cinque compagni è venuta un’idea macinachilometri che da un anno sta sballottando il gruppo su e giù per l’Italia. L’idea è quella di portare camioncino, idee e canzoni "nei luoghi scomodi che hanno visto svolgersi e consumarsi le battaglie per il lavoro, intorno alle ombre del passato e dell’omertà e della speranza di oggi" - quindi Mirafiori, Porto Marghera, Bicocca Pirelli, Casal di Principe, il porto di Genova, Termini Imerese, per ricordare anche la fisicità del lavoro, il suo essere terra stanze mattoni corridoi banconi e non solo vaga idea virtuale come oggi può apparire, nell’Italia del terziario avanzato.
Questo tour a progetto, per usare il lessico del precariato, ha avuto inizio nel maggio dell’anno scorso e chissà quando finirà, perchè a ogni tappa i Tetes de Bois si fanno venire un’idea, ricevono una dritta, trovano una nuova storia o associazione e allungano il percorso, e intanto filmano, registrano, archiviano, nessuno sa alla fine cosa verrà fuori. "Idealmente è prevista una puntata per regione, e un ospite per regione, dal Sud al Nord, da Paolo Rossi ad Arnoldo Foà, dai cantastorie siciliani ai tenores, dalle miniere del Sulcis alla profumeria in cui una commessa di Aosta è stata licenziata ingiustamente".
Per adesso c’è un disco, Avanti Pop, e fate caso al titolo perché dentro è racchiuso tutto un modo di essere e di fare dei Têtes de Bois.
Andrea Satta è troppo giovane per ricordarsi certi epici duelli tra capelloni rocker e cantautori di protesta, mezzogiorni di fuoco con Frank Zappa contro Ivan Della Mea e i Dischi del Sole. Io quegli scontri invece me li ricordo e non li ho mai capiti, e non ho mai capito il puritanesimo musicale di certe ballate sociali, come se “il tema del lavoro, il dramma della disoccupazione, la dignità del lavoro”, per dire gli argomenti chiave di quest’album, potessero essere trattati solo con chitarra acustica, voce impostata e aria malinconica con dolcevita spesso d’ordinanza. Ecco, i Têtes de Bois sono per fortuna figli o almeno amici di chi allora non capiva. Non capiscono neanche loro, non capiscono perché non si possano inscenare tre minuti e mezzo di leggerezza pe(n)sante” trasformando in ballo la rabbia e l’energia; e siccome non capiscono fanno di testa loro, cantano “Avanti pop, alla riscoop, bandiera rock bandiera rock”, alternano il riso e il gioco all’indignazione e alla denuncia, riscoprono un cantastorie davvero da strada come Matteo Salvatore e un poeta come Rocco Scotellaro ma si riservano perfino una cover di Quarantaquattro gatti (con Petra Magoni e Ferruccio Spinetti), giustificandola tra il serio e il faceto come una canzone "di protesta" - una metafora di sindacalismo, in fondo, e non a caso era lo Zecchino d’Oro 1968. L’album è tutto così, ricco di spunti, appassionato, sorprendente. Con doverose visite nella soffitta dei Dischi del Sole, appunto, a spolverare toccanti ballate di Fausto Amodei e Michele Straniero, Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini (La leva è bellissima); ma frequentano anche luoghi che non ti aspetti, come un lontano Cantagiro a cui partecipò, chi se lo ricordava, Matteo Salvatore o il Festival di Sanremo 1967 in cui sfiorò la vittoria Proposta dei Giganti, qui ripresa dal vivo con una speciale edizione di Têtes de Bois inGiganti-ti più Paolo Rossi.
Volendo c’è anche troppo, e questo forse è un vizio delle Teste, che già nell’album precedente (Pace e male, doppio) avevano ecceduto nell’ammasso e nella varietà, eccitati dall’idea di giocare su più tavoli. Fossi stato il loro produttore, avrei limato dieci minuti buoni di Avanti Pop, così, per un buon equilibrio generale; ma capisco che non si tratta di un album comune, che l’ordine la misura e appunto il ritmo non sono priorità in un caso come questo, e che diventa difficile scartare quando hai per le mani un raffinatissimo Chico Buarque via Bardotti (La costruzione), un raro Gaber per Ombretta Colli (Il mio corpo), un Piero Ciampi più torrenziale di un uragano (Andare camminare lavorare) e una storia incredibile come quella di Salvatore Poddighe, cantastorie in ottava rima nella Sardegna del fascismo, censurato per una Mundana commedia in cui raccontava i suoi tempi e la sua gente senza celesti svolazzi ma terra terra, da uno del popolo al popolo.
Tempo fa su queste pagine tessevamo le lodi dei Chumbawamba, quella singolare band britannica capace di cantare la Londra alternativa uscendo dagli stereotipi della protesta avvelenata punk. I Têtes de Bois sono una specie di storti cuginu, anche la loro è musica politica fuori dal luogo comune della “canzone di lotta”, con un gusto speciale per il paradosso e la sorpresa che non attutisce il colpo, anzi, lo rende più efficace. Sul loro petto sta benissimo la medaglia di Marcel Duchamp che a suo tempo avevamo lucidato per quegli anarchici contronatura: “Nessuna associazione è vietata”. Qualcuno magari si scandalizzerà di trovare quel vecchio surrealista a braccetto di Matteo Salvatore e dei Dischi del Sole, su un camioncino Fiat reduce dalle Acciaierie di Terni, che ha appena parcheggiato a Sanremo e volentieri avrebbe fatto il cantagiro. Io trovo invece che ci stia benissimo.
Riccardo Bertoncelli
da "Musica & parole" ed. Bastogi

www.ondalternativa.it 30-05-2007
Quando mi arrivò questo disco ho avuto da subito la sensazione di aver avuto la fortuna di trovare tra le mani un lavoro dall’alto valore etico, musicale e con, finalmente, testi intelligenti (“ah, meno male che esistono ancora queste persone” pensai). Pensai giusto e questo è il perché questa recensione esce con qualche settimana di ritardo, divoro questo disco da troppo (o poco, dipende dai punti di vista) tempo.
Un lavoro artistico come documento di un viaggio ancora in corso sulle fabbriche, call center e altri luoghi alienanti per una ricerca reale d’indagine e testimonianza artistica nel mondo di chi lavora. In un viaggio sul vecchio camioncino Fiat 615 del 1956 (emblema del gruppo) si passa per luoghi in cui la dignità dei lavoratori è stata violata e riscattata come nella Fiat Sata di Melfi (sede della rivolta degli operai nella primavera 2004), le cartiere di Isola del Liri, le acciaierie di Terni, i campi di Borgo Libertà, l’Atesia di Roma, la ferrovia di Allumiere e già è sulle tracce delle fabbriche di armi di Colleferro, dell’Italcementi di Trento, del porto di Genova.
Arrangiamenti originali e raffinati si sposano a testi crudi ma di una verità straziante, per chi ne ha vissuto in prima persona, è un ripercorrere fotogramma per fotogramma delle immagini che non avresti mai voluto osservare, vedere. Meritevoli di un’infinita standing ovation, in questa recensione rischio di cadere in una facile retorica ma quel che mi preme sottolineare è il filo conduttore delle quattordici tracce: una vita giusta ed equa, dove la politica si riappropria della passione piuttosto che dell’interesse, dove l’operaio non è un numero, un’automa ma piuttosto una persona con una personalità, un’anima. Ritornano alla mente le immagini dei film di Elio Petri (La classe operaia va in paradiso) con la compartecipazione straziante del compianto Volontè.
In un viaggio tra amici e compagni di viaggio si susseguono incontri e scambi, compagni di viaggio, salgono sul Fiat 615 le note de “la leva” di Paolo Pietrangeli, “la costruzione” di Chico Buarque de Hollanda passando per un classico di Piero Ciampi e un meno classico Giorgio Gaber. Si chiude con “Quarantaquattro gatti” (Zecchino d’Oro, 1968 – che annata) senza tralasciare Rocco Scotellaro, poeta lucano cantore delle miserie contadine della sua terra in collaborazione con il Coro dei Lucani (Rocco De Rosa, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria, Ulderico Pesce, Canio Lo guercio) e Salvatore Poddighe, minatore poeta in ottava rima sardo, morto suicida nel 1938. A seguire si susseguono in ordine sparso Monica Demuru, Gianni Mura, Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, Paolo Rossi, I Giganti.
Particolare menzione alla traccia che dà il titolo dell’album, un inno moderno vivo e pulsante da cantare, ballare e gridare a squarciagola. Immensa anche la grafica di Marta Dal Prato con brevi richiami agli eventi di cronaca a cui si sposano le parole di Andrea Satta. I colori si mescolano in combinazioni forti creando un effetto di totale sublimazione.
Leviamoci i cappelli, qui ci troviamo innanzi ad uno dei dischi più belli di questa prima metà anno.
Come concludere?
“Avanti pop e bandiera rock”, lo slogan più geniale da un po’ di tempo a questa parte ..
standing ovation, pubblico in piedi e lancio di fiori sul palco.
Si chiude il sipario.
Rocco D'Ammaro
www.liverock.it
Tetes de Bois - Avanti Pop
(L'amore e la rivolta / Il manifesto - 2007)
di Pierluigi Lucadei
Niente Baustelle. Men che meno i Verdena. Figuriamoci i Tre Allegri Ragazzi Morti. Per il sottoscritto la band più attesa per questo 2007 erano proprio i Tetes de Bois. E sì che “Ferré, l’amore e la rivolta” è stato un disco epocale. E vero è anche che “Pace e male” ha ribadito in modo inequivocabile l’originalità e la poetica follia di Andrea Satta e soci e che gli ultimi mesi sono stati spesi in concerti-evento presso le acciaierie di Terni, lo stabilimento Fiat di Melfi, l’Italcementi di Trento e altri luoghi di fatica, speranze e ingiustizie sparsi per l’Italia. Ora la preziosa testimonianza di cosa significhi “mondo del lavoro” nel 2007 è diventata un disco. E come al solito in tanti sono accorsi per dare il proprio contributo: Petra Magoni, Gianni Mura, Claudio Santamaria, Paolo Rossi, Ferruccio Spinetti, i Giganti, Rocco Papaleo, Monica Demuru.
Le nuove canzoni sono prese qua e là, dal repertorio segreto di Giorgio Gaber, dai versi del poeta lucano Rocco Scotellaro, dallo Zecchino d’Oro e così via. L’unico brano con musica e parole firmate Tetes de Bois è la title-track, che i fan hanno già apprezzato, ballato, gridato nei concerti recenti: un inno per tutte le minoranze e le diversità senza tutela d’ascolto. «Quelli che sono morti perché cinque minuti di ritardo al giorno sono una vita di ferie?/Quelli che sono morti perché hanno costruito le piramidi?/Quelli che sono morti perché i leoni sono più forti?/Perché nella stiva di un camion non c’è aria e attorno al gommone troppa acqua e nelle foreste dell’Africa troppo fuoco?»
Per tutto l’album i Tetes de Bois si scagliano contro la mala-occupazione, il mal-lavoro, il mal-capitale, la mal-manodopera. Non è anacronistico parlare di forza lavoro, di sfruttamento delle risorse umane. Non è anacronistico perché accanto alle parole belle (prevenzione, protezione, salute, sicurezza) ancora si nasconde un sommerso di torbide inadempienze, che i più deboli finiscono per subire senza scelta. Di questo parlano La leva (Paolo Pietrangeli), Rocco e i suoi fratelli (Rocco Scotellaro), Andare camminare lavorare (Piero Ciampi), La costruzione (Chico Buarque de Hollanda/Sergio Bardotti). E non c’è niente ma proprio niente di anacronistico.
www.musicalnews.com - 11aprile 2007
Têtes de Bois – Avanti Pop
«Avanti pop alla riscoop bandiera rock bandiera rock…». E si potrebbe aggiungere anche un bel “trionferà” nel ritornello di “Avanti Pop”, brano che da anche il titolo al nuovo album dei Têtes de Bois. «Avanti pop alla riscoop bandiera rock bandiera rock…». E si potrebbe aggiungere anche un bel “trionferà” nel ritornello di “Avanti Pop”, brano che da anche il titolo al nuovo album dei Têtes de Bois. Avevano lodato in passato il loro “Pace e male”, uno dei pochi casi di album intelligente, che coniuga passione per la musica d’autore e un gusto estetico non di poco conto. E anche il nuovo album non e’ da meno. Abbiamo visto i Têtes de Bois accompagnare Paolo Rossi sul palco dell'Ariston nella serata del giovedì, quando gli artisti in gara, secondo il regolamento del Festival di Sanremo, si esibivano con un ospite. La band ha interpretato con l'attore l'inedito di Rino Gaetano “In Italia si sta male (si sta bene anziché no)”. Ma veniamo ad “Avanti Pop”, album che arriva dopo un lungo percorso dal vivo scaturito nel progetto “Avantour”, che ha visto come loro compagni di viaggio, a bordo di un Fiat 615, Ascanio Celestini, Paolo Rossi, Daniele Silvestri, Francesco Di Giacomo, Marco Paolini, Gianni Mura, Petra Magoni, Paola Turci e tanti altri. Il CD si apre con una versione de “La leva” di Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini: un brano, che la band ha suonato al cambio di turno alla Fiat di Melfi davanti a 1600 operai (800 in entrata e 800 in uscita), si apre con i fiati che si incrociano con la voce e la chitarra acustica. L’album e’ composto da canzoni storiche e nuove, riarrangiate ed adattate dai Tetes De Bois: i brani della canzone d’autore d’annata sono rivisti attraverso suoni moderni, ottenuti da computer e campionamenti (si veda in proposito il rap in “Sa mundana cummedia”, con testo di Salvatore Poddighe). Da segnalare la rilettura di “Andare, camminare lavorare” di Piero Ciampi, l’inedito di Giorgio Gaber “Il mio corpo”. Sorprendente “Quarantaquattro gatti”, che dallo Zecchino d’Oro si trasforma in una canzone che puo’ essere letta come una vera e propria canzone sindacale. E’ stata registrata dal vivo “Proposta”, che si avvale della voce dei Giganti. Pieni voti a quest’opera di “modernariato” che i Têtes de Bois hanno il merito di portare alla nostra attenzione.
Antonio Ranalli
www.mescalina.it - 1 aprile 2007
EDITORIALE
Convenzione n. 182? 626? TFR? No, TDB, che sta per Tetes De Bois.
Al gruppo romano di Andrea Satta dedichiamo la copertina di questo aprile 2007 per aver realizzato con il loro nuovo disco “Avanti Pop” un importante progetto su una tematica di stretta attualità come quella del lavoro.
Da circa un anno il gruppo è infatti in giro per l’Italia, letteralmente e fisicamente on the road a bordo di un camioncino Fiat 615, per andare a suonare nei tanti luoghi in cui il lavoro è sfruttato, dalla Fiat di Melfi alla Ferrovia di Allumiere fino alle Acciaierie di Terni e agli stranieri impiegati nell’agricoltura del nostro Sud, a Borgo Libertà in provincia di Foggia. Oltre a concerti con ospiti del calibro di Francesco Di Giacomo, Moni Ovadia, Marco Paolini, Petra Magoni ecc., i Tetes De Bois hanno realizzato incontri di forte umanità e solidarietà che ci hanno raccontato nello speciale realizzato sull’argomento.
“Avanti Pop” non è solo uno slogan, non è solo un disco, ma come lascia intendere l’etimologia del termine “pop(olare)” sottintende un fermento umano e sociale che si realizza attraverso l’incontro di varie forme, idee e persone.
Lo potremmo definire un vero e proprio viaggio, senza bisogno di ricorre ad alcuna metafora: i Tetes De Bois infatti stanno ancora realizzando ed organizzando numerose tappe di questo percorso verso i lavoratori oppressi, sopraffatti, in alcuni casi addirittura cancellati e rimossi dalla realtà.
Anche il disco si muove allo stesso modo, viaggiando tra la tradizione della canzone italiana e le sue forme contemporanee, prendendo spunto da testi, poesie e aneddoti vissuti, facendo incontrare voci e musicisti diversi, raccogliendo episodi dal vivo e mescolandoli con suoni in studio, insomma portando “Avanti” tutto ciò che è “Pop” nel senso più vitale e cosciente del termine.
I Tetes De Bois forse li avrete visti a Sanremo, a fianco di Paolo Rossi, ma noi vi consigliamo di andarli a vedere e incontrare in una delle date del loro AvanTour, magari in un posto in cui il lavoro ha ancora bisogno di una voce che ne canti i diritti e la dignità.
RECENSIONE
Li avrete notati nella nostra copertina di questo aprile 2007. E ne avrete già letto su queste pagine in occasione dei precedenti “Ferrè, l'amore e la rivolta” e “Pace e male”. Ancora più probabile che li abbiate visti a Sanremo a suonare “In Italia si sta male” insieme a Paolo Rossi.
Eppure loro non sono un gruppo da prima pagina. Assomigliano più ad una combriccola di zingari che vaga qua e là inseguendo un sogno. È quello che hanno sempre fatto e per questo nuovo disco si sono messi in viaggio su e giù per l’Italia, andando a suonare, ad incontrare la gente come si suol dire “sul posto”, nei luoghi in cui il lavoro è ancora sfruttamento, oppressione, ingiustizia.
Di questi tempi un progetto del genere è una follia. A maggior ragione se lo si porta avanti per più di un anno e se lo si mette su disco facendovi partecipare tutti quegli ospiti che sono saliti sul Fiat 615 per prestare la loro voce (Ascanio Celestini, Paolo Rossi, Daniele Silvestri, Francesco Di Giacomo, Marco Paolini, Gianni Mura, Petra Magoni, Paola Turci ecc.).
Tutto questo è “Avanti pop”, un invito ideale e concreto a guardare il nostro paese e a rimboccarsi le maniche.
A fare da leva è ovviamente la musica e non a caso il cd si apre con una versione de “La leva” di Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini: il pezzo, che la band ha suonato ad un cambio di turno davanti alla Fiat di Melfi, si apre con i fiati che si incrociano con la voce e la chitarra acustica, amari come la fatica di chi è costretto a subire il lavoro. Tutto il cd è un andare e venire di canzoni storiche e nuove, riarrangiate ed adattate dai Tetes De Bois: la vecchia canzone d’autore è messa di fronte suoni moderni, ottenuti con computer e campionamenti, costretta ad affrontare la realtà nei suoi ritmi più attuali arrivando a toccare anche il rap con tanto di scratch in “Sa mundana cummedia”.
Per quanto la scaletta sia in continuo movimento, non c’è spaesamento perché i Tetes De Bois si muovono in equilibrio tra coscienza e leggerezza, tra impegno e cantabilità: c’è il manifesto della title-track che suona come un rock moderno e c’è il Sud di Matteo Salvatore e Rocco Scotellaro con tanto di poesie e tamburello. C’è il jazz evoluto ed aggiornato di “Andare, camminare lavorare” (Piero Ciampi), “Il mio corpo” (un inedito Gaber) e “626”, con un suono spinto in faccia alla globalizzazione. C’è poi una “Quarantaquattro gatti”, recuperata dallo Zecchino d’Oro nella sua valenza popolare. E infine una “Proposta” dal vivo con i Giganti, registrata in modo estemporaneo ma buona a mettere l’accento sulla coralità e sulla comunicatività del disco.
“Avanti pop” è un progetto che i Tetes De Bois stanno ancora portando in giro per l’Italia. E che merita di essere sostenuto e diffuso il più possibile.
Articolo di: Christian Verzeletti
INTERVISTA
In occasione della copertina che abbiamo dedicato ai Tetes De Bois per questo aprile 2007, ci siamo fatti raccontare da Andrea Satta le tappe del loro "Avanti Pop", un progetto che, prima di essere un disco, è un viaggio verso la gente che lavora.
Mescalina: Allora "Avanti Pop" è partito a Roma l'8 maggio 2006 con un concerto che era già avanti, nel senso che aveva già raccolto ospiti ed adesioni: chi c'era quella sera sul palco con voi? E come è andata? Quali erano le aspettative alla partenza?
Andrea Satta: "Avanti Pop" è un progetto a cui lavoriamo da tempo e che, arrivato alla sua anteprima istituzionale all'Auditorium, aveva già una lunga ricerca alle spalle. Con noi c'erano Francesco Di Giacomo, compagno di viaggio di sempre, e Ulderico Pesce, che ha lavorato a lungo sulla vicenda della Fiat di Melfi e che infatti anche in quell'occasione è stato con noi. In platea poi era seduto il maestro Vittorio De Seta. Quando si parte con un nuovo progetto è sempre un'incognita. "Avanti Pop" non ha precedenti, non c'era e non c'è una strada segnata da seguire.
Mescalina: Il 18 giugno eravate alla Fiat di Melfi: lì avete incontrato gli operai ai cancelli della fabbrica e avete suonato per loro? Un altro modo per dire ancora "basta"?
Andrea Satta: Un modo per dire che ci ricordiamo di loro e della loro battaglia vinta. Perché a Melfi gli operai nel 2004 hanno vinto. Ma il cambio turno ai cancelli dura sempre 16 minuti e nel parcheggio interno alla fabbrica non si può parcheggiare la macchina se non è una Fiat … Un modo per dire che ci abbiamo fatto caso, che siamo andati fino in Basilicata per farci caso e cantare per loro.
Mescalina: Il 14 luglio avete raggiunto l'Isola del Liri tra cartiere e lanifici che non ci sono più: qui chi avete incontrato e per/con chi avete suonato?
Andrea Satta: A Isola Liri abbiamo raccontato e raccolto le storie degli operai della carta, vite prima macerate nella carta e poi annichilite nel niente dalla chiusura delle cartiere negli anni '80. Le cartiere le fece chiudere Andreotti. Con noi c'erano Stefano Disegni ai disegni, Nada e Daniele Silvestri.
Mescalina: Quindi c'è stato il concerto di Borgo Tossignano il 20 luglio al Festival Acqua di terra/Terra di luna con la partecipazione di ragazzi dello stage sui gessaroli…
Andrea Satta: Sì, con i ragazzi abbiamo fatto un percorso, un seminario. Hanno raccolto le loro storie familiari, spaccati poetici di esistenze votate al lavoro … Ogni pagina di storia è costellata di tante piccole storie personali, amori, passioni, nascite, drammi. Sono le vite delle persone che vivono la storia, sono la scia che porta al presente. Ed è il presente che deve essere descritto e osservato, il presente è quello che ci riguarda.
Mescalina: Poi vi siete spostati il 30 agosto in un altro Borgo, in provincia di Foggia, per un evento con Teresa de Sio, Raiz, Sergio Staino e il dj Marco Boccitto organizzato da Medici Senza Frontiere per la tutela degli stranieri impiegati in agricoltura nel Sud Italia …
Andrea Satta: Non è cambiato niente dagli anni in cui Matteo Salvatore cantava "Lu suprastante": i lavoratori stagionali sono veri schiavi che non hanno neanche il permesso di bere. In quei giorni il coraggioso Fabrizio Gatti era infiltrato fra loro, lo avremmo voluto con noi, ma non abbiamo potuto coinvolgerlo per non scoprirlo. Pochi giorni dopo il nostro intervento a Borgo Libertà il suo reportage ha fatto scoppiare il caso. È stato l'unico giorno di pioggia di tutta l'estate, indimenticabile.
Mescalina: Il 9 settembre la notte bianca a Roma con Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Marco Paolini, Francesco Di Giacomo, Sabina Guzzanti: qua il tema era quello dei lavoratori dei Call Center...
Andrea Satta: La serata si chiamava "Notte di lotte: Avanti Pop e altre contestazioni", una fusione tra il Festival di Ascanio "Bella ciao" e il nostro "Avanti Pop". Un grandissimo evento. Eravamo a pochi metri dall'Atesia, abbiamo chiamato sul palco a testimoniare i lavoratori vittime del precariato. Ci hanno raccontato che all'Atesia ci sono più impiegati che postazioni e che se arrivi con cinque minuti di ritardo te ne torni a casa. Ed è una giornata buona se ti ripaghi il biglietto del treno.
Mescalina: Il 7 ottobre vi siete quindi recati ad Allumiere insieme a Francesco Di Giacomo, Petra Magoni, Pino Marino, Danilo Nigrelli, Chiara Rapaccini, Mario Tozzi tra una miniera e una ferrovia abbandonate …
Andrea Satta: Quella della Ferrovia dell'Allume è una storia affascinante su cui lavoriamo da tempo, una vicenda di lavoro, treni, fatti di sangue. La ferrovia abbandonata è una ruga nel paesaggio che da Capranica va a Civitavecchia, la strada ferrata che portava al mare … la natura se ne sta riappropriando, ma non cancella la traccia …
Mescalina: Il 13 novembre avete partecipato all'happening "Teatri del lavoro" all'Arena del Sole di Bologna in cui avete proposto più di un momento di musica e di riflessione…
Andrea Satta: I Têtes hanno portato la loro musica in una kermesse teatrale di altissimo livello, abbiamo suonato in vari momenti, segnato dei passaggi o sottolineato dei temi.
Mescalina: Quindi c'è stato il concerto all'Auditorium - Parco della Musica di Roma intitolato "Il lavoro e compagnia cantante": come è stato tornare dove eravate partiti?
Andrea Satta: Non è proprio così. Questo succederà il 13 aprile quando, sempre all'Auditorium, presenteremo il nuovo disco, nato da tutta l'esperienza maturata finora nel viaggio di "Avanti Pop". Però è stato un grandissimo onore essere su quel palco con artisti che hanno fatto la storia della canzone sul lavoro e non solo.
Mescalina: A "casa vostra" c'è però stato di certo all'inizio di dicembre il "vostro" festival, Stradarolo, che è ormai alla decima edizione, intitolata a questi "tempi modernissimi"…
Andrea Satta: Ti dico il cast: Enzo Del Re, Rita Marcotulli, Assalti Frontali, Immobile Paziente, Triangolo Scaleno, InEquilibri, Bugo, Lucilla Galeazzi, Andrea Rivera, La Rino Gaetano Band, I Giganti, Giovanna Marini, il funambolo Valentin, Antonio Infantino, Enrico de Angelis del Club Tenco … Tutti alle prese col tema del lavoro. E Francesco Di Giacomo ogni sera ha letto gli articoli della Costituzione dedicati al lavoro.
Mescalina: Il 12 dicembre eravate di nuovo in viaggio con tappa alle Acciaierie di Terni insieme ad Ascanio Celestini, Lucilla Galeazzi, Stefano Pogelli, Alessandro Portelli e Sergio Staino …
Andrea Satta: Centinaia di persone commosse ci hanno ascoltati all'aperto in una serata gelida, come gelide sono le notti di protesta degli operai, come gelido fu il "dodici dicembre a matina" della canzone che Lucilla ha interpretato. Una tappa particolarmente emozionante, è bello vedere che c'è un pubblico disposto a non prendere freddo solo allo stadio.
Mescalina: Qua vi siete presi una pausa? Fino al 2 marzo quando siete stati a Sanremo con Paolo Rossi: anche quella può essere considerata una tappa di "Avanti Pop"?
Andrea Satta: A Sanremo siamo andati con Paolo, ci siamo divertiti e siamo stati molto contenti perché avevamo molta paura di cadere dalla scala e invece ce l'abbiamo fatta. Gli stivali da garibaldini avevano la suola di cuoio e una suola di cuoio è veramente liscia. "Avanti Pop" è un'altra storia.
Mescalina: Ora avete altre tappe già fissate e alcune in allestimento, ce ne parlate?
Andrea Satta: La prossima è il 31 marzo a Colleferro, una città vecchia settant'anni e devastata da tutto, disastri chimici e fabbriche di morte, poi ci aspettano i pendolari di Pomezia il 24 aprile, e poi ancora le serre di Sanremo, Portella della Ginestra, Trento, Padova, Roccella Jonica, Bari … e molte altre ancora sono in cantiere.
Mescalina: Mai avuto problemi col vostro camioncino Fiat 615?
Andrea Satta: Senza problemi con il 615 i Têtes de Bois non avrebbero praticamente più ragione di esistere. Ti dico solo che stiamo cercando di attivare una rete sul territorio nazionale di meccanici in grado di ripararlo …
Mescalina: L'ultima domanda: tra tutti questi viaggi come e dove avete registrato "Avanti Pop"? Che tra l'altro è un disco molto partecipato anche come ospiti, quindi immagino non realizzabile in tempo breve ma semmai come si suol dire "strada facendo"…
Andrea Satta: Abbiamo realizzato "Avanti Pop" nel corso di tutto il 2006 e nel gennaio 2007. Un lavoro lungo un anno. A parte i due brani live presenti nel disco, lo abbiamo registrato, missato e masterizzato nel nostro studio di Roma, il TDB -V38 Studio.
Intervista di: Christian Verzeletti
www.diradio.it - 26 marzo 2007
TETES DE BOIS – AVANTI POP
Dal camioncino con cui scorrazzano le strade meno battute della penisola e non solo, al premio Tenco fino all'ultimo Sanremo a supporto di mutuo soccorso dell'improbabile (per collocazione) Paolo Rossi in veste Gaetano.
Passando per una miriade di concerti, o meglio incontri veramente interattivi col pubblico; per un commosso e partecipato tributo alla poesia disperata e rabbiosa dell'anarchico d'antan Leo Ferrè. Tutto questo e molto altro è Tetes de Bois. Questo disco è la testimonianza di tutto ciò e,
soprattutto, di mille storie di lotta, amore, vita. Così troviamo il patrimonio storico di lotta de "La leva" di Pietrangeli e di Matteo Salvatore, ma anche i 44 gatti dello Zecchino d'oro della nostra fanciullezza. E poi il "maledetto" Ciampi, il compianto Gaber, Rocco Scotellaro. Una testimonianza accorata e giocosa resa con il consueto ambaradan di strumenti e trasformata in gigantesca festa popolare.
Per Diradio: Luciano Marcolin
Left Avvenimenti - 20 marzo 2007
La canzone entra in fabbrica
Durante la terza puntata del Festival di Sanremo, quella dei duetti, la loro esibizione insieme a Paolo Rossi ha raggiunto il picco d’ascolti della serata.
Tutti vestiti da garibaldini, i Têtes de bois hanno rivisitato “In Italia si sta bene” firmata Rino Gaetano, togliendole quella fanfara da cabaret proposta dal comico milanese e trasformandola in una canzone-canzone più elegante che caciarona. È questa la particolarità della band di Andrea Satta: la grande naturalezza con cui attraversano i generi musicali, lasciandoci sempre sopra la loro impronta originale. Accadde qualche anno fa con il disco-tributo a Leo Ferré e succede ancora oggi con il bellissimo Avanti Pop, lavoro che nasce dopo una lunga serie di concerti che il gruppo ha tenuto nei mesi scorsi davanti ai cancelli della Fiat di Melfi, le cartiere di Isola del Liri, le acciaierie di Terni. Al centro del progetto il racconto della dignità del lavoro dell’uomo portato avanti attraverso le canzoni: da “La leva” di Pietrangeli al classico di Piero Ciampi “Andare, camminare, lavorare”, passando per “Quarantaquattro gatti” (sì, quella dello Zecchino d’oro) e il brano tra rock e elettronica che dà il titolo all’album. Un mosaico di stili e di suoni, dove ogni invenzione musicale corrisponde all’idea che un mondo migliore può esistere. Anche al di là dei cancelli di una fabbrica.
Emiliano Coraretti
www.rockshock.it
Storie d'amore, di speranza, di rabbia, di lotte e d'ingiustizie. Storie del nostro passato che, come in un gioco di specchi, raccontano di noi. Oggi. Ed ottima musica, che passa per il cuore prima di arrivare alle orecchie. Un'ora in compagnia di amici e compagni, tanti, per cantare il dolore degli invisibili...
Têtes de Bois
Avanti Pop
(Cd, Il Manifesto, 2007)
canzone d'autore
8/10
Come tutti i lavori dei Têtes de Bois, anche quest'ultimo, straordinario e rivoluzionario Avanti Pop è un disco che arriva prima al cuore e poi alle orecchie. E' un disco pe(n)sante, come ce ne sono pochi oggi in Italia. Che, siamo sicuri, farebbe gridare al capolavoro se solo le nostrane e legnose talking heads che lo hanno concepito e partorito arrivassero da qualsiasi altra parte del mondo che non sia questa. E invece...
...Andrea Satta e soci hanno trascorso gran parte del 2006 a bordo di un vecchio camion Fiat del 1956, portando sostegno, solidarietà, attenzione e, perché no, qualche nota di felicità, nei luoghi di (non) lavoro, nel cuore del disagio sociale, negli angoli dimenticati di un Paese spietato e dalla memoria corta.
Davanti ai cancelli della Fiat di Melfi, in provincia di Potenza, dove in sedici minuti ottocento persone si danno il cambio all'inferno e dove non è possibile parcheggiare la macchina dentro il cortile della fabbrica se non si ha un modello marcato Fiat, nelle distese aride del Tavoliere delle Puglie, dove oltre ai pomodori anche l'umanità viene (s)venduta dal caporale di turno, in casa degli operai di Isola del Liri, in provincia di Frosinone, nelle acciaierie di Terni, nelle cartiere di Borgo Tossignano, in provincia di Bologna, ovunque siano stati, i Têtes de Bois hanno raccontato, narrato, cantato, musicato, storie d'amore, di morti sul e per il lavoro, di speranza, di rabbia, di lotte e d'ingiustizie. Storie del nostro passato che, come in un gioco di specchi, raccontano di noi. Oggi. Storie universali, che a loro volta sono state raccolte durante i chilometri macinati e che magari saranno cantate in una delle prossime tappe della scalcinata, ma agguerrita, compagnia.
Tanti amici si sono aggregati durante il viaggio, salendo e scendendo dal palco mobile allestito sul retro del camion. Ognuno con la sua storia personale da raccontare, ognuno con la propria sensibilità da offrire. Tra i tanti, Ascanio Celestini, Teresa De Sio, Sabina Guzzanti, Nada, Moni Ovadia, Marco Paolini, Sandro Portelli, Daniele Silvestri, Paola Turci. Come si diceva una volta, uno splendido collettivo senza paura di schierarsi a sostegno degli operai (sì, esistono ancora...), dei contadini (sì, anche loro ci sono ancora...), e di tutti gli invisibili prodotti ed emarginati dalla società odierna.
Per chi non è potuto essere lì con loro, per chi c'è stato e vorrebbe ritornarci, per chi verrà dopo di noi, tutto questo ora è anche un disco da ascoltare tutto d'un fiato, suonato, arrangiato e cantato con la classe di sempre dai Têtes de Bois, con la collaborazione e la partecipazione di Petra Magoni, Ferruccio Spinetti, Paolo Rossi, Gianni Mura, I Giganti, il Coro dei Lucani (Rocco De Rosa, Canio Loguercio, Rocco Papaleo, Ulderico Pesce, Claudio Santamaria).
Un disco riveduto e (s)corretto di canzoni popolari e di protesta, in cui trovano spazio, modificati e contaminati, Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini (La Leva), Matteo Salvatore (Lu Furastiero), Piero Ciampi (Andare Camminare Lavorare), Giorgio Gaber (Il Mio Corpo), Chico Buarque de Hollanda (La Costruzione), I Giganti (Proposta), oltre a brani di minatori cantastorie (Sa Mundana Cummedia), inediti di camionisti anonimi (Il Camionista), impensabili canzoni di protesta (Quarantaquattro gatti), ed una grandiosa, straordinaria e acuta Avanti Pop, l'unico inedito composto dagli stessi Têtes de Bois, con un ritornello con anima dadaista, assolutamente geniale ma già politicamente superato se è vero, come è vero, che "...qualcuno, a sinistra, ci disse che il problema di questo progetto era che Avanti Pop è un titolo troppo forte!...", come si legge inesorabilmente nelle note del cd.
E allora, davanti alla tristezza di questa classe politica incapace di comprendere la realtà che la circonda, incapace di dare una risposta ai bisogni di coloro che invece dovrebbe rappresentare, non resta che gridare con forza "...Avanti Pop alla riscoop bandiera rock bandiera rock...", auspicando che una grassa risata li seppellisca tutti. Hasta la victoria... forse!
LERECENSIONIDELMUCCHIO - Il Mucchio n.632, Marzo 2007
I Têtes de Bois danzano sull’orlo del precipizio. Fuori dalla logica dei centri sociali che chiudono o diventano società, di slogan troppo facili, e dentro a una idea, quella di Avanti Pop, che è andata direttamente nelle fabbriche, nei call center, nelle cartiere per raccontare il lavoro in diretta, con tanto seguito e tante canzoni, prese in giro per un’Italia che si sgretola, da Lu furastiero di Matteo Salvatore a La leva di Pietrangeli (reo di esser stato regista per anni del Maurizio Costanzo Show, ma anche uno dei pochi a scrivere testi insieme poetici e dignitosamente rabbiosi), passando per la propria sigla e canzone, Avanti Pop, fino a centrare fra l’altro una cover de Il mio corpo, scritta da Gaber per la Colli, che ribalta da femminile al maschile il ruolo di vittima molestata.
Poi, oltre agli amici qui raccolti (Paolo Rossi, Gianni Mura, Rocco Papaleo, Petra Magoni, Ferruccio Spinetti, addirittura I Giganti in Proposta e altri), a soggetti affrontati senza un briciolo di retorica ma con molta attitudine scenografica (ripercorrere Andare camminare lavorare di Piero Ciampi era molto rischioso, ma ala voce di Andrea Satta riesce a trovare una sua via, frenetica e alienata), ci sono le musiche. Mai la formazione romana era stata così innovativa e classica, non disdegnando ritmi da raduno e squarci tradizionali, orchestrazioni ad ampio respiro e cariche più decisamente rock. Un pastiche per nulla confuso, in grado di mostrare una esuberanza sfuggente e obliqua che è il vero marchio di fabbrica Têtes de Bois. C’è poco da aggiungere: meglio vivere l’ascolto come un viaggio senza soste, con un piglio combattivo e illogicamente divertito, pur nella desolazione di certi paesaggi. Mentre si chiudono questi appunti, Satta e compagni stanno per accompagnare Paolo Rossi in una serata del Festival di Sanremo con un brano inedito di Rino Gaetano, In Italia si sta male. Un’avventura rischiosa, nella tana del lupo, a cui non ci si poteva sottrarre. Comunque vada, è già (un) successo.
John Vignola
L’Unità – 26 febbraio 2007
Têtes de Bois, anarchici a Sanremo
Saliranno sul palco del festival assieme a Paolo Rossi che li ha voluti con sé. Militanti poetici e “di cuore” di una cultura resistenziale, escono con un nuovo album che riprende Scotellaro, Gaber, Matteo Salvatore. I canti degli ultimi…
di Silvia Boschero
Saranno sul palco di Sanremo nella serata dei duetti assieme all’amico Paolo Rossi, che l’ha voluti dal primo momento per reinterpretare l’inedito di Rino Gaetano. Finalmente, vien da dire, visto che l’Italietta della canzoncina italiana non vede di buon occhio i progetti musicali che scoprono i nervi. a meno che non vengano presentati da un nome già stranoto, naturalmente. Intanto i Têtes de Bois dopo aver passato l’estate scorsa sul solito pulmino-palco del 1956 in giro per l’Italia con l’omonimo spettacolo che grida vendetta contro la disoccupazione, il precariato, lo sfruttamento (prima tappa fu Melfi, cancelli della Fiat), escono con l’album Avanti Pop. Un disco per gli «anarchici di cuore» tutto dedicato alla tematica del lavoro a partire dalla title-track, una sorta di novella «Bandiera rossa» rivista col senno di poi. Questo «poi» in cui siamo immersi, «questa penisola al volante» come cantava Piero Ciampi nel 1975 in Andare camminare lavorare, qua magnificamente e caoticamente reinterpretata. Avanti Pop è la sveglia che la band romana di Andrea Satta, un grillo parlante poetico ma nulla ridondante, suona all’orecchio «a te che mangi / uova sode a colazione succo d’arancia rossa / in vestaglia di raso / trapunta di benessere / e ascolti la tua radio / con le cuffie e la tv accesa». E’ un disco sulla memoria, quella di tanti morti per difendere sogni, ideali politici, scelte sessuali, per rincorrere invano l’amore o fuggire dalla guerra, ma anche un disco sull’Italia di oggi vista dalla strada. E qui la memoria serve proprio da chiave interpretativa: memoria contadina di Matteo Salvatore («il nostro Woody Guthrie», come ebbe a dire Pasolini) nel brano ninna nanna chitarra e voce da brivido Lu furastiero, racconto di un bracciante ai primi del secolo che qui si trasfigura in un qualsiasi «straniero» costretto nel nostro paese alla schiavitù dello stagionale. E’ un salto continuo tra passato e presente e anche quando il linguaggio è preso in prestito dalla canzone politica di decenni fa (come nel caso de La leva del 1969 di Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini), i Têtes lo fanno diventare attuale in maniera spiazzante. E’ ovvio, quando le ansie di oggi sono le stesse (amplificate) di quarant’anni fa, quando «non puoi avere più problemi / non ti è dato di pensare / devi essere efficiente / non ti resta proprio niente / neanche il lusso di impazzire». Stesso procedimento di attualizzazione per Rocco e i suoi fratelli, una delle canzoni più belle e vibranti di questo album, tratta da due poesie di Rocco Scotellaro, poeta lucano che morì a soli trent’anni dopo aver condotto la battaglia per l’occupazione delle terre da sindaco del suo paese: «noi siamo i deboli degli anni lontani / noi siamo i figli dei padri ridotti in catene», canta Satta su un’ipnotica melodia condotta dalla tromba di Luca De Carlo. O ancora per Sa mondana cummedia, una sorta di rap in dialetto sardo dove l’autore (il minatore padre di sei figli e cantastorie in ottava rima Salvatore Poddighe, che s’impiccò disperato) se la prende con santi, impresari, preti ed esattori, franchezza che in quest’oggi «evoluto» verrebbe prontamente censurata: «La religione è una miniera / per papi, monsignori e vicari / i santi sono tutti impresari / chi in un’arte, chi in una carriera». Provate a dirle oggi queste parole. E ancora, tra jazz, elettronica, canzone d’autore, un brano mai inciso da Giorgio Gaber (la sensuale e ironica Il mio corpo), e storie di camionisti (Il camionista, con la voce di Gianni Mura), minatori (La zolfara, con la musica di Fausto Amodei), impiegati. Gente comune, insomma, come la gente che rischia la «morte bianca» nella cover di Construcao di Chico Buarque (storia di un poveraccio che muore cadendo da un’impalcatura, censurata nel 1971 dalla dittatura brasiliana): «e cadde giù per terra come fosse comico / è morto contromano disturbando il traffico». Disco che è un vademecum di resistenza quotidiana, che fa commuovere e incazzare, ma anche ballare in un abbandono scanzonato, da festa di paese, liberandosi in un finale live pacifista con l’amico Paolo Rossi.
Corsera Magazine, 22 febbraio 2007
Têtes de Bois. La storia sono loro. Insieme a 44 gatti.
Tutto è cominciato con un concerto all’Auditorium di Roma nel maggio scorso: lì i Têtes de Bois hanno iniziato un percorso che 500 concerti e molti chilometri dopo sul camion Fiat del 1956 li ha portati a mettere su disco Avanti pop, sintesi di un’esperienza di rara generosità artistica, mettendo al centro un tema arduo e usurato, il lavoro. Quattordici pezzi tra inediti, riprese, rielaborazioni, citazioni, frutto di un’opera di scavo che è connaturato con la storia stessa del gruppo romano. Tra gli autori ripescati, Rocco Scotellaro (Rocco e i suoi fratelli), ma anche Ombretta Colli & Giorgio Gaber (Il mio corpo), Chico Buarque in versione Bardotti (La costruzione), Straniero & Amodei (La zolfara), Piero Ciampi (Andare camminare lavorare), persino Casarini con Quarantaquattro gatti e i Giganti con Proposta. Indispensabile. (S.U.)
Il Manifesto - 22 febbraio 2007
Têtes de Bois
Avanti pop, viaggio nel conflitto sociale
di Sandro Portelli
La prendo un po’ alla lontana. Nel 1915, un critico letterario americano, Van Wyck Brooks, inventava un’espressione fortunata: gli Stati Uniti avevano bisogno di un usable past, un passato utilizzabile. Pieni come siamo di album di famiglia e di amnesie riempite ad arte da memorie altrui, anche noi abbiamo un bisogno disperato di un passato che possiamo usare nel nostro presente e per il nostro futuro. E questa cosa un po’ accademica e un po’ militante, mi è venuta in mente ascoltando Avanti Pop, l’ultimo disco dei Têtes de Bois (i cd del manifesto, 10 euro).
Un po’ ci avevo pensato quando Andrea Satta e compagni mi avevano fatto salire su un’apetta nell’aria gelida di una notte invernale davanti alle chiuse Officine Bosco di Terni, per raccontare insieme con loro, con Ascanio Celestini, con Lucilla Galeazzi quello che ancora sappiamo della vienda operaia di Terni. Prima di essere un disco, Avanti Pop è un viaggio, attraverso i luoghi del conflitto sociale e di quella realtà dimenticata e insanguinata che è oggi il lavoro in Italia – prima di Terni, per esempio, la Fiat di Melfi, i call center romani, le cartiere di Isola Liri, le miniere di Allumiere… Luoghi di storia e di memoria, e luoghi di lotta.
Adesso, col disco in mano, è facile accorgersi che i Têtes de Bois stanno usando un passato talmente ricco e complicato da sembrare inesauribile: tra le loro fonti ci sono Paolo Pietrangeli e Piero Ciampi, Rocco Scotellaro e Michele Luciano Straniero, Giorgio Gaber e Giovanna Marini, Chico Buarque e Matteo Salvatore… l’ottava rima sarda e pure un ironico rinvio allo Zecchino d’oro, parte non trascurabile dell’eredità culturale di generazioni viventi e pure la versione sessantottina di Sanremo come bonus track…
Altro che album di famiglia. L’eclettismo delle fonti, intanto, significa che se ci vogliamo ricostruire un passato usabile non possiamo farlo con una tradizione sola, e che il senso dei frammenti di passato che preleviamo e componiamo lo decidiamo noi, adesso.
Insomma, non è detto che La leva di Paolo Pietrangeli e fausto Amodei sia più corretta e usabile, nelle mani e nel contesto giusto, della pacifista e proletaria Proposta dei Giganti che un po’ giustamente e un po’ settariamente a suo tempo schizzavamo. Chi lotta e ragiona oggi è cresciuto con tutte e due.
Però un passato è usabile perché diventa parte del presente. Avanti Pop fa esattamente questo: niente nostalgia né revival, semplicemente la consapevolezza che l’alienazione cantata da Pietrangeli, la povertà migrante di Matteo Salvatore, le morti sul lavoro di Fausto Amodei, il desiderio di pace dei Giganti, il clericalismo denunciato dal poeta sardo Salvatore Poddighe, il bisogno di organizzazione dei quarantaquattro gatti senza padrone sono cose che esistevano nel nostro passato e che adesso continuano, ritornano con aumentata arroganza e violenza. Anche a questo serve, naturalmente il fatto che poi molte delle canzoni del disco sono composte adesso dal gruppo e, soprattutto, ci tiene nella contemporaneità il linguaggio musicale - l'avanti pop appunto - con cui i Têtes de Bois rivestono tutto il loro materiale, lo unificano, ce lo rendono tutto vicino: «Avanti pop, alla riscoop, bandiera rock...». Dopo tutto, anche «pop» ha la stessa radice di «popolo». Come dire che la tradizione delle bandiere rosse, delle cooperative, del movimento operaio confluisce dentro un linguaggio che forse non gli è originario ma che gli può appartenere. Le ottave sarde scritte dal minatore Salvatore Poddighe nel 1916 diventano rap, e ci stanno benissimo, come a casa loro. È una traduzione più fedele di filologie meccaniche, una dissacrazione che rinnova e ravviva - e problematizza. Perché «avanti pop» è anche un «avanti popolo» incompiuto, in questi tempi di discorsi interrotti, lingue spezzate, storie abolite in cui certe cose non si possono più dire. Allora, bandiera rock e bandiera rossa sono sia la stessa cosa, sia due cose diverse in rapporto difficile fa loro. Il rock può essere ed è stato nostra bandiera («una rivoluzione che si può ballare» diceva un critico americano parlando di Bruce Springsteen), ma è servito anche a molte altre cose meno entusiasmanti. Bandiera rock non si limita a ravvivare le antiche bandiere. Cerca anche di strappare le bandiere nuove dalle mani dei mercanti e dei padroni. A proposito di rock: i Têtes de Bois, poi, sanno anche suonare...
La brigata Lolli - www.bielle.org
Sotto la paglia: ci sono piaciuti
Tetes de Bois: "Avanti Pop"
'Avanti Pop' è geniale. A cominciare dal titolo, che racchiude un mondo, un progetto politico, un'idea di impegno sociale e civile. Poi la copertina e il libretto con le splendide illustrazioni di Marta dal Prato e con il manifesto programmatico del progetto. Che è iniziato l'8 maggio 2006 all'Auditorium Parco della Musica di Roma ed è proseguito in un tour tra fabbriche, campi di pomodori, cave di gesso e caselli ferroviari. Un tour che prosegue, perché i luoghi dove si svolgono i conflitti sociali del nostro tempo sono tanti. E per ogni luogo un concerto, con incontri, racconti, ospiti illustri a sorpresa e non comune gente comune. Non comune perché è la gente che le lotte di quel luogo le ha vissute e le vive in prima persona. Una cosa manca in questo cd, la retorica. Quella proprio non c'è e non ne sentiamo la mancanza. In cambio - e che cambio - ci sono canzoni dei Tetes de Bois e canzoni di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero, Matteo Salvatore, Giorgio Gaber, Chico Buarque e Piero Ciampi. C'è una poesia di Rocco Scotellaro messa in musica e c'è una poesia di "camionista anonimo" amabilmente recitata da Gianni Mura, che è stato anche dispensatore di ricerche di repertorio e preziosi consigli. E poi c'è 44 gatti, sì proprio quella dello Zecchino d'Oro. Perché in fondo anche quella è una canzone di protesta. Ma c'è soprattutto l'approccio originale di Andrea Satta e dei suoi verso tutta una serie di tematiche "pesanti" realizzato con leggerezza, ma una leggerezza buona, quella che non ti fa dire "che palle" nemmeno quando si affrontano le questioni più pesanti. C'è energia, c'è creatività, c'è ritmo, c'è la raccolta di "storie d'amore di speranza di rabbia d'ingiustizia tralicci fumi filari fiumi di lacrime pioppi solchi cave"ci sono mille spunti per mille riflessioni e c'è il sogno di "un giorno che non ti aspetti". E non c'è nemmeno la traccia di un facile slogan.
L'Espresso - 15 febbraio 2007
Avanti pop bandiera rock
di Alessandro De Feo
Il nuovo cd della band romana dei Têtes de Bois. Tra ballate popolari, bossa nova, rock e perle sanremesi. Un album che è anche un tappeto volante di emozioni e di provocazioni.
Romba, rimbomba, tossisce. E si spegne. "Ma come ve lo devo dire che gli dobbiamo rifare il motore", protesta Andrea. "Ma dai che s'accende. E 50 chilometri sono garantiti", gli fanno Luca e Carlo. Romba, rimbomba, tossisce. E si accende. Benvenuti a bordo della macchina del tempo. Herbert G. Wells ne sarebbe orgoglioso. La creatura di lamiera è un camioncino Fiat 615 NI del 1956, targa Roma 48, cambio al volante e contachilometri che scatta ogni dieci chilometri. Siamo nel suo hangar, ad Anguillara, sul lago di Bracciano. Missione: Roma, 62 chilometri e 600 metri e una bottiglia da stappare sotto la statua di Giordano Bruno a Campo de' Fiori. Qui, 15 anni fa, il 15 febbraio 1992, sono nati i Têtes de Bois, band pop-folk-jazz-rock e chissà quant'altro, formata da sei ragazzi romani. Arrivarono a bordo del loro Fiat 615 e sul retro adibito a palco iniziarono la loro piccola Woodstock e il loro lungo viaggio. Da allora il Fiat 615 di strada ne ha macinata. Oltre 500 esibizioni tra feste e festival, kermesse di piazze e di strade, teatri e tendoni. Quattro album e un Premio Tenco nel 2002 come migliori interpreti.
Fischia il vento sulle fiancate del Fiat 615 che sul filo dei 40 all'ora corre tra gli alberi della via Braccianese. E attacca la tromba di Luca De Carlo, per introdurci nel mondo dei Têtes de Bois attraverso 'La leva', un classico di Paolo Pietrangeli, brano che apre il loro nuovo lavoro: il cd 'Avanti Pop', editore il manifesto, in uscita tra pochi giorni (su Internet: www. avantipop.it). Ma 'Avanti Pop' non è solo un cd, è un'idea, un progetto politico, di impegno sociale e civile. Che comincia l'8 maggio 2006 con un concerto all'Auditorium Parco della Musica di Roma e prosegue in un tour che vuole toccare tutte le regioni italiane, "per dare visibilità ai conflitti del nostro tempo", dice Andrea Satta, voce e portavoce del gruppo: "Il lavoro, prima di tutto, che ieri come oggi evoca sangue e rabbia, tradimenti e riscatti. Tra caporali e sfruttati, precari e disoccupati". Un tour in tante tappe, che ha già abbracciato i cancelli della Fiat Sata di Melfi e i campi di pomodoro di Borgo Libertà a Cerignola, le acciaierie di Terni e le cartiere di Isola Liri. Ogni incursione è un vortice di musiche, poesie, letture, tra ospiti a sorpresa, Nada e Teresa De Sio, Moni Ovadia e Marco Paolini, e testimoni delle lotte di quel luogo: le tute bordeaux della Fiat Sata o i clandestini africani del Foggiano. Ma non si pensi a un rituale della Memoria o a una celebrazione della retorica. Tutt'altro.
Sul Fiat 615 la batteria di Lorenzo Gentile e poi il basso di Carlo Amato ci portano nella title-track del nuovo cd: 'Avanti Pop', appunto (la si può ascoltare in anteprima sul sito de 'L'espresso': www. espressonline.it). E su questo tappeto volante di idee e di emozioni si liberano i ricordi. "Con i Têtes de Bois non sai mai cosa può capitare", dice il cantante Daniele Silvestri: "Io sono stato con loro a Isola Liri. E finché non sono salito sul palco non sapevo davvero che cosa dovevamo fare. Ma questa è la loro filosofia, di musicisti di strada che intervengono sul sociale con un approccio giocoso e irriverente, attraverso ricordi di lotte e sofisticate ricerche sonore che sconfinano dal rock al free jazz". "A Terni io invece mi sono congelato le dita", ricorda il disegnatore Sergio Staino: "Faceva un freddo polare e il mio pennarello sembrava un ghiacciolo. L'anarchia creativa dei Têtes mi fa bene, mi ringiovanisce. Ma quando mi faranno cantare?". Professor Alessandro Portelli, come, anche lei, un serio studioso di letteratura americana che insegna all'Università di Roma e un fine ricercatore di culture popolari, sul Fiat 615? "A dire il vero a Terni mi fecero salire su uno dei due Ape della Piaggio parcheggiati accanto al camioncino. Sull'altro Ape c'era l'attore Ascanio Celestini. Ero imbarazzatissimo. Ho parlato delle mie ricerche sulle acciaierie. Mi sono divertito e non mi hanno lanciato pomodori". E lei Celestini, l'affabulatore, lo sciamano di mille storie, che ha combinato? "Ho raccontato ai ragazzi perché il 2000 è arrivato a Terni nel 1953. Già, gli anziani chiamano 'il 2000' quell'anno, perché alle acciaierie vennero licenziati 2 mila operai".Sosta forzata sulla via Cassia, a far sfiatare il motore e rimboccare d'acqua il Fiat 615. Pubblico: un gregge di pecore. Ed ecco il pianoforte di Angelo Pelini e la chitarra di Maurizio Pizzardi. E gli altri brani del nuovo album dei Têtes de Bois. Omaggi a Rocco Scotellaro ('Rocco e i suoi fratelli', con il Coro dei lucani capeggiato da Rocco Papaleo) e al poeta Piero Ciampi ('Andare camminare lavorare'), a Matteo Salvatore ('Lu furastiero') e a Giorgio Gaber ('Il mio corpo'). E dopo una dolcissima bossa nova da un testo di Chico Buarque de Hollanda ('La costruzione') irrompe il vocione del giornalista di 'Repubblica' Gianni Mura, interprete del 'Camionista'. "Tranquilli, non so cantare e non ho velleità artistiche", ci rassicura Mura: "I Têtes de Bois sono dei rigattieri di cose perdute. Che poi con l'ago e il filo della loro arte ricuciono sul tessuto della nostra quotidianità. Poiché anch'io sono un trovarobe, gli ho regalato questa poesia di un camionista anonimo che conservavo gelosamente". Ma sul palco del camioncino già sfila la processione della 'Sa mundana cummedia', del minatore sardo e poeta in ottava rima Salvatore Poddighe morto suicida nel 1938 perché le autorità gli censurarono la 'Mundana commedia', sua versione terrena della 'Divina commedia'. Appaiono santu Crispino e santu Cosimo, santu Diamanu e santu Giuanne Battista. E 44 gatti. Sì, proprio i 44 gatti in fila per sei col resto di due, altro brano del cd, "canzone di protesta, rivoluzionaria", dice Satta: "Non a caso vinse nel 1968 lo Zecchino d'oro". "Sono dei pazzi", se la ride un'altra ospite di questa zattera senza tempo, la cantante Paola Turci: "Sono stata con loro a Melfi. Che emozioni. Mi hanno rapita quando mi fecero conoscere Marie Cécile Ferré, figlia del grande Leo. Il nostro mito comune e santo protettore". "Sì, sono pazzi", conferma l'attore Rocco Papaleo, ospite della tappa di Avanti Pop a Lavello: "Ma sono degli invasori pacifici che con grande modernità e atmosfere da jazz club ti portano tra lotte bracciantili e occupazioni operaie". Oppure al Festival di Stradarolo, kermesse internazionale di musicisti di strada che i Têtes de Bois dirigono dal 1997. O ancora ai concerti muti con le ontarie dello zoo, con cuffie stereo per gli spettatori.
Conclude il tema Sergio: Enrico Maria Papes, voce dei gloriosi Giganti. Ci sono anche loro a mo' di bonus track a chiudere il cd. Con l'attore Paolo Rossi cantano 'Proposta' (terza al Sanremo del 1967). Il Fiat 615 romba, rimbomba, tossisce. E riparte. Lasciandosi dietro nella campagna il "me ciami Brambilla e fu l'uperari, lauri la ghisa per pochi denari...". Sì, 'Avanti Pop'. Ma quando arriviamo a Roma?
Compagni di scorribande di Paolo Rossi
Che ciucca, quella notte. Era il 1995 ed eravamo arrivati a Roma con la carovana dello spettacolo 'Il Circo di Paolo Rossi'. Tende e tendoni, roulotte e 80 persone al seguito. Messo su l'accampamento, ci ha assalito la febbre etilica. Mi sono svegliato nella roulotte del nano. Sì, io non sono un watusso, ma lì era tutto troppo piccolo anche per me: sedie, tavoli, letto. Un incubo, peggio di una favola di Grimm. Quando ho messo il naso fuori dalla roulotte ho pensato che la sbornia non fosse ancora passata. Davanti all'ingresso del circo era parcheggiato uno strano trabiccolo antidiluviano. Erano tornati gli anni '50? Ci misi a capire che era un camion, anche perché sopra suonavano e cantavano sei folletti. Così ho conosciuto i Têtes de Bois. Si erano accampati pure loro e intrattenevano il pubblico prima e dopo il mio spettacolo. Con Ferré, Brassens e les anarchistes. Era inevitabile che prima o poi salissi anch'io su quel palco a quattro ruote. Fu nella piazza di Zagarolo, cittadina che appartiene al mio immaginario erotico-cinefilo. Il mitico 'Ultimo tango a Zagarolo' con Franco Franchi me lo rivedo ancora oggi. Al punto che mi sono convinto che l''Ultimo tango a Parigi' con Marlon Brando e Maria Schneider sia il remake del tango di Franco Franchi. Come i Têtes de Bois, pure io sono uno scavalcamontagne e, come loro, anche un po' fancazzista. E infatti a Zagarolo con i Têtes ho cantato uno dei loro inni: 'Io sono allegro perché sono cretino'. Oggi sono un attore, ma forse sognavo di diventare un musicista. Peccato che mi si intrecciano le dita fra le corde della chitarra. Non mi arrendo. E vado al Festival di Sanremo. Interpreto un inedito di Rino Gaetano che mi ha emozionato quando lo ho ascoltato e che mi emoziona ancora di più a cantarlo. Il brano si intitola 'In Italia si sta male', non sono nemmeno dieci strofe di un testo che Rino Gaetano aveva inciso su un demo-tape, ma che purtroppo non ha mai potuto terminare. Lo ha conservato e salvato la sorella Anna. Il mio Sanremo vorrei che fosse un omaggio a quella canzone popolare italiana che ha le sue radici nei tabarin, nelle riviste, nell'avanspettacolo, nel cabaret. Sarei più tranquillo se lo potessi interpretare con i Têtes de Bois sul loro Fiat 615. Ma Sanremo è solo una botta di vita. Non mi vedrete in tournée. Ve lo risparmio. Mi aspetta al Piccolo Teatro di Milano 'Il giocatore' di Dostoevskij, con due gruppi, la Baby Gang di Milano e il Pupkin Kabarett di Trieste, che ho riunito nella Confraternita dei Precari. Insomma, Avanti Pop anch'io.
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rassegna stampa cd
 World Music magazine - Gennaio-Febbraio 2008


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L'Espresso - 15 febbraio 2007


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